La seconda opera in cartellone al Teatro Verdi in questa stagione è stata “La Bohème” di G. Puccini e le recite ufficiali sono avvenute il 18, il 20 e il 22 ottobre, …
ma il 17, alla generale erano presenti moltissimi alunni delle scuole medie e a questo appuntamento ho voluto esserci per due ragioni; la prima per registrare le reazioni di un pubblico così giovane e impreparato ( non sono certo le informazioni scolastiche che possono determinare la passione per la lirica) e la seconda per ascoltare il soprano padovano Beatrice Greggio, su cui vogliamo fissare l’attenzione nel prossimo anno, ben sapendo che nella recita ufficiale avrei sentito la più celebrata Susanna Branchini.
Le reazioni dei ragazzi devono considerarsi positive, anche se è difficile stabilire quanto gli applausi siano spontanei o guidati da qualche iniziatore esperto, ma quello avvenuto dopo il concertato del secondo quadro (quello, per intenderci, che inizia con “Quando men vò”) mi è sembrato spontaneo ed entusiastico, peraltro alla fine, più di qualche occhio giovanile era umido da lacrime spontanee. Per dirottare, però, il coinvolgimento emotivo che i giovani destinano a musica ben diversa ignari di quanta emozione può suscitare la “decrepita“ lirica, occorre escogitare qualche metodologia per far comprendere loro ciò che avviene drammaturgicamente in scena. Infatti la risposta più comune alle mie domande era quella di aver apprezzato la musica, ma di non aver capito una parola; se consideriamo che la lirica è il “recitar cantando” equivale a dire aver letto un libro una parola si e una no. Veniamo all’altro interesse e parliamo di Beatrice Greggio, qui le note, almeno dal mio modesto punto di vista, sono fortemente positive; dopo averla apprezzata l’anno scorso in Nedda per una vocalità piena e una interpretazione aderente al non facile personaggio, che, devo dire, mi aveva molto e piacevolmente sorpreso per la maturità artistica raggiunta, ben diversa dall’impressione lasciata nel pomeriggio musicale al “Circolo Ufficiali” di quattro anni prima. Anche in Mimì dimostrava sicurezza vocale, uso dei piani e forti senza problemi di dosaggio degli spazi intermedi e con una grande differenza tra i due estremi, usando tale abilità soprattutto nel quarto quadro, coinvolgendo, così, la giovane platea sino alle succitate lacrime. La voce è levigata e scevra dalla giovanile vibrazione asprigna e nella parte acuta acquista volume senza diminuire la corposità, passando anche l’orchestra più rumorosa. Naturalmente anche lei usa il legato con molta parsimonia, ma tali sono i tempi e solo l’acquisizione di un nome prestigioso rende libero l’artista da scelte obbligate dei primi tempi che costringono a un canto meno partecipato per salvaguardare la forma (asettica e scolastica, aggiungo io). Veniamo al resto della compagnia, considerando contemporaneamente i due cast. La Branchini dimostra di meritare la considerazione di cui gode anche se, per essere puntuali, non sembra padrona assoluta dei mezzo-forti, ma potrebbe essere un’impressione dovuta al caso specifico e a causa di una situazione su cui ci soffermeremo più avanti. Il giovane tenore Liberatore ha tutti i mezzi per affermarsi sempre più, obbidiente ai chiaro-scuri e legati della più celebrata tradizione e stranamente poco incline all’enfasi tanto diffusa tra le voci tenorili; come si suol dire “quando troppo, quando troppo poco”. Passiamo alle due Musette; diciamo subito che lo spostamento in tempi più moderni dell’ambientazione rendeva il personaggio da frivolo a intigrante, alla Dietrich, e le due interpreti a ciò si adattavano, ma mentre la Pastrana (vista e sentita nella generale) manteneva la vocalità della Musetta originale, la Di Gregorio con una vocalità più lirica, dava vita e forma a un personaggio “post suffragette” e quindi nuovo rispetto alla tradizione e per niente eclissato dalla protagonista Mimì. Il Marcello di Franco Javer era centrato sia vocalmente che interpretativamente mentre quello di Donato Di Gioia perdeva più di qualche colore con suoni centrali senza rotondità concentrati solo nella parte acuta, onesto quindi nella seconda veste di Schaunard. Paolo Battaglia (Colline) non è il basso profondo che ci sembra più appropriato al personaggio, ma la sua “Vecchia zimarra”, a mezza voce, era un piccolo capolavoro giustamente apprezzato dal pubblico. Il secondo Colline del giovane Ernesto Morillo Hoyt che abbiamo ascoltato in modo frammentario nelle prove di regia aveva la vocalità più adatta e interessante ma la dizione talmente approssimativa e incomprensibile da dovere rimandare il giudizio ad altre occasioni. I comprimari erano all’altezza, a dimostrare una organizzazione generale attenta anche ai dettagli. Il coro “Teatro Verdi” continua il suo cammino cantando e muovendosi in scena con disinvoltura e perizia di colori, frutto delle qualità vocali dei componenti ma anche del suo direttore e istruttore Ubaldo Composta. L’Orchestra Filarmonia Veneta dimostra a ogni occasione di adattarsi con grande professionismo ai Direttori che via, via si succedono e perciò alla stessa diamo il merito di tale abilità e concentriamo il giudizio sul M° Giampaolo Bisanti che è certamente padrone del mestiere e la sua sicurezza, intuibile dal gesto e dalla personalità, dimostra che nulla è casuale ma pensato e voluto. Proprio per questo ci permettiamo di osservare che l’uso protagonistico dell’Orchestra, a discapito del canto, assai diffuso tra i Direttori, ma sempre mal digerito dal pubblico e le sonorità eccessive del reparto fiati non ci sembrano appropriate alla melodia pucciniana ed è ciò che intendevo quando, parlando della Branchini sui mezzo-forte, accennavo alla situazione contingente. Prendiamo a esempio una frase del duetto “O soave fanciulla”, nella ripresa a due, dopo il crescendo del tenore “Fremon già nell’anima” – “Ah tu sol comandi, amor”, che nella partitura è scritto forte assai commossa – con anima i due cantanti hanno dovuto urlarlo per farlo udire, a discapito dell’espressività e ciò perché l’orchestra era al parossismo sonoro. Questo non era l’unico episodio né passava inosservato al pubblico che, pur non avendo la competenza di un musicista, ha la sensibilità alla quale il compositore si rivolge e affida la sua arte. La regia e la scenografia se pur innovative, tali da suscitare qualche iniziale diffidenza, alla fine convincevano e vincevano come frutto di intelligenza creativa.


