di Nicoletta Scalzotto
Da anni gli addetti ai lavori discutono su pagine specializzate, nei palinsesti televisivi con opinionisti esperti o dell’ultima ora, della situazione di crisi che ha investito le Fondazioni Lirico-Sinfoniche e i teatri d’Opera. Vari i fronti del dibattito e anche di scontro: da un lato le proteste per i tagli ai finanziamenti, la politica di rigore, la spending review…; dall’altro il dito puntato sui bilanci fallimentari delle Fondazioni, sulle gestioni troppo personalistiche o sugli incarichi di carattere esclusivamente politico; infine, la sconsolante realtà del pubblico che scarseggia, che “non c’è ricambio di pubblico”, che “le nuove generazioni non sono interessate alla lirica” …
Su questa ultima battuta puntiamo la nostra riflessione.
Perché le giovani generazioni che affollano, con presenze numericamente impressionanti, eventi/ spettacoli anche di forte spessore culturale e impatto emozionale, restano così lontani da questa forma d’Arte? Perché sono così “sorde” al linguaggio dell’Opera che racconta e mette in scena le emozioni universali dell’animo, capaci di suscitare tristezza, felicità, romanticismo, malinconia, stupore… nonché divertimento e ironia?
Considerando il forte aumento degli iscritti registrato negli ultimi anni nelle scuole ad indirizzo musicale e nei Conservatori e il proliferare di formazioni amatoriali strumentali e coreutiche nelle città e nei piccoli centri di periferia, non è certo l’incapacità di “sentire” con il cuore o di capire la musica di qualità che giustifica la “lontananza”. L’Opera usa un linguaggio musicale elementare certamente più semplice di certa musica familiare ai ragazzi, consumatori di linguaggi comunicativi ben più evoluti e complessi.
Allora l’attenzione si sposta sulla modalità propositiva e di fruizione dell’Opera lirica che, evidentemente, non è accattivante e manca di quella forza comunicativa atta a suscitare interesse: la proposta risulta, anzi, repulsiva per i giovani.
Il Comitato per le celebrazioni verdiane ha svolto recentemente un’indagine in tal senso e conferma questa considerazione: è risultato che le ragioni di tale distanza non sono la “lontananza nel tempo” o la “difficoltà di linguaggio” dell’Opera in sé. I giovani affermano che «… anche oggi si scrivono opere… e si apprezzano lavori letterari o artistici del passato…» ma manca un autentico approccio conoscitivo scevro da pregiudizi sia del genere quanto della cultura del teatro. In effetti, andare a teatro non è una consuetudine culturale, non è un momento riconosciuto come ‘rituale’ e collettivo, educativo o politico nel senso proprio del termine, bensì qualcosa di straordinario, proprio della vita intellettuale o legato a uno status sociale, economico, culturale “distante” per strumenti conoscitivi e per preconcetti socio-culturali. L’Opera è dunque disertata dal grande pubblico e dai giovani, salvo poi riscuotere grande consenso quando è assaggiata in contesti estemporanei, vedi la notorietà di singoli cantanti d’opera portati alla ribalta dai media, o l’uso di arie d’opera negli spot pubblicitari grazie ai quali tutti, anche i più giovani, conoscono almeno un’aria composta dai grandi compositori ma senza saperne riconoscere il contesto.
E dunque, come rendere attraente l’Opera nella sua autenticità?
Partiamo come sempre dalla scuola in cui la musica da tempo, per scelta dei nostri legislatori, è diventata una cenerentola senza alcuna scarpetta all’orizzonte. Una prospettiva potrebbe consistere nella realizzazione di laboratori dove gli allievi possano suonare, danzare, cantare, recitare, drammatizzare, redigere copioni, anche con il supporto dei nuovi media, ormai prolungamenti tecnologici naturali dei ragazzi; nel facilitare incontri con attori, registi, musicisti, cantanti, scenografi, coreografi e addetti ai lavori anche in spazi teatrali, per scoprire la vita dietro le quinte e toccare il teatro dal vivo; infine nell’assistere allo spettacolo per vivere le storie semplicissime e avvincenti che l’Opera propone con i racconti di vita quotidiana, le trame elementari che parlano d’amore, di guerra, di destino, di tradimento, di vendetta, d’amicizia e di lealtà ma pur d’equivoco e di beffa come avviene nei film o nei programmi televisivi, ma sicuramente più emozionanti per l’intreccio di parola poetica e musica. Questa è la cifra dell’Opera, una cifra che è sinonimo di immediatezza perché l’Opera è nata per il popolo, per la gente.
In tempi recenti invece si è allontanata dalla gente, trasformata in genere elitario: l’eccessiva attualizzazione di regie contemporanee, definite spesso visionarie, fino allo stravolgimento di trame, personaggi e finali si sono rivelati un boomerang negativo, che non ha reso un buon servigio a quest’Arte. A ciò si aggiunge l’eccessivo prezzo del biglietto e a volte l’obbligo di particolare abbigliamento.
Andare a teatro, invece, deve diventare facile, deve essere economico, deve essere portato anche fuori dai “luoghi sacri” preservandone la qualità, nelle piazze o nei piccoli centri.
L’Opera è un tratto distintivo della nostra storia culturale che non deve dirigersi verso la museificazione, ma essere ricondotto alla propria genesi per tornare ad essere un’Arte per tutti.






