Edoardo Garbin
    La storia di Edoardo Garbin, tenore padovano che trova il suo momento magico a cavallo del secolo, è quanto mai edificante e curiosa.
Di umilissime origini (era uno stalliere) ed inizialmente grossolano nel gesto e nell'eloquio, approssimativo nell'esecuzione, freddo, quasi distaccato, seppe raffinare in continuazione la sua arte, sia vocalmente che scenicamente, tanto da farsi apprezzare dallo stesso Verdi, che lo vuole primo Fenton in Falstaff alla Scala, la sera del 9 febbraio 1893, e nelle seguenti ventun recite.
Grande merito di questa trasformazione va senz'altro alla consorte, il soprano Adelina Stehle, famosa artista, che seppe levigarlo, ingentilirlo e con la quale costituì un binomio assai noto a quell'epoca.
In Falstaff Garbin si impose senza discussioni. Da quel momento non fu soltanto Fenton il personaggio più frequentato e più congeniale alla sua vocalità. Con costante successo affrontò anche Loris di Fedora, Giovanni Gallurese (dall'opera omonima), in Maurizio dall'Adriana Lecouvreur, Milio dalla Zazà (che tenne a battesimo, al Lirico di Milano, il 10 novembre 1900, assieme alla Storchio), Rodolfo dalla Bohème e i due Des Grieux.
    A Padova, dove nacque il 12 marzo 1865, in particolare l'ammirarono stupefatti quale Loris
elegante e corretto, accanto alla Stehle.
La sua carriera, dopo proficui studi con il celebre basso padovano Antonio Selva, aveva preso il volo da Vicenza, dal Teatro Comunale, nel settembre 1891, con il ruolo di Don Alvaro della Forza del Destino, per passare ben presto a Napoli (Rigoletto), a Genova ( prima del Cristoforo Colombo di Franchetti) e quindi, dopo il successo scaligero con Falstaff, nei migliori teatri italiani e stranieri.
Fra i suoi numerosi successi, vanno segnalati in modo particolare quello colto alla Scala della stagione 1908-09 con Andrea Chenier per l'estrema raffinatezza del movimento scenico e quello colto a Grosseto, nelle 1913, in occasione del centenario verdiano, in Falstaff e Traviata, decisamente voluto da Toscanini.
    Vocalmente, anche se i vecchi dischi fanno talora sembrare il contrario, era un tipico tenore verista, agganciato però saldamente alla tradizione ottocentesca, specie nella tecnica d'emissione.
Celletti, ne’ Le grandi voci così lo tratteggia: "voce chiara di colorito ma intensa, timbrata e smagliante negli acuti (l'unico suo difetto fu qualche inflessione belante nel medium), non lesinò il fraseggio tagliente, le aperture arroventate, l'accentazione scandita e concitata, ma seppe sempre equilibrarle con una fonazione morbida e facile e con delicate colorazioni".
    Pure Lauri Volpi, in una noticina a fondo pagina, nel suo Voci Parallele riconosce al nostro artista "bellezza di voce (benché un tanto 'caprina' nel centro) e di figura” e sottolinea che "il suo registro acuto, prodigo nello sfarzo di note raggianti, fece epoca".
Eugenio Gara, infine, lo definisce "l'amoroso più volubilmente aristocratico dell’opera pucciniana e giordaniana".
Niente male per un ex stalliere di Canton del Gallo.
    Nelle sue registrazioni si nota la tendenza verso i personaggi veristi. Sono degne di nota "E' un riso gentil" dalla Zazà, l'”Amor ti vieta" e il duetto finale della Fedora (con la Russ), "Di pescatore ignobile" dalla Lucrezia Borgia, "Dai campi, dai prati" del Mefistofele e il terzetto del Faust (con De Angelis e Stracciari), incisi tra il 1909 -1913.
    Diede il definitivo addio alle scene dopo il primo conflitto mondiale. Si spense a Brescia nell’aprile del 1943, due anni prima della sua diletta compagna.
 

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